Capitanata Chiama intervista Massimo Ciuffreda, startupper in fuga

wiman

Ha iniziato diffondendo la connessione wifi in un paese con poco più di 6 mila abitanti sul Gargano. Oggi è a capo di una delle piattaforme più importanti sul tema della connettività wifi: wiman.me. Lui è Massimo Ciuffreda. Mattinatese, 35 anni. Con Michele Di Mauro, anche lui di Mattinata, ha lasciato la Capitanata per trasferirsi a Bologna, dove ha sede anche la loro startup. Lanciata nel 2012, oggi Wiman è una sharing wifi company conosciuta in tutto il mondo. L’ultimo successo? Portare il wifi su 4mila taxi a Rio de Janeiro. Ma Wiman è molto di più. Ad oggi ha mappato circa 70 milioni di reti wifi aperte su tutto il globo. E’ il database del wifi free più grande che esista. A Capitanata Chiama, Massimo racconta la sua esperienza da “cervello in fuga”, le difficoltà nell’avviare una startup sul Gargano, la necessità di partire e trovare terreno fertile per realizzare le proprie idee, ma anche la speranza di tornare, “perché no?”, proprio in Capitanata. Per lui i problemi non sono un ostacolo. Anzi. “Il mio approccio è sempre stato questo – spiega -: trovare un problema relativo ad una necessità e risolverlo”. 

Raccontaci un po’ di te. Chi è Massimo Ciuffreda e come hai fatto a diventare uno startupper di successo?La tecnologia mi ha appassionato sin da piccolo. Il mio primo computer ce l’ho avuto a 12 anni, quando era ancora una cosa per pochi. Poi ho intrapreso un percorso di studi che mi ha portato fino a Udine per studiare tecnologie multimediali all’università. Studi che in realtà non ho concluso. Sono sempre stato abituato ad immaginare una cosa e farla e questo mio carattere è entrato in conflitto con il mondo universitario. Il corso di studi era molto poco pratico. Troppa teoria e poca applicazione, quando invece io ho sempre avuto una voglia innata di creare quello che immagino. L’università non mi aiutava in questo, così ho interrotto il percorso di studi e sono tornato a Mattinata con la voglia di fare qualcosa. Non sapevo ancora cosa. Sono partito con qualche idea e ho aperto il primo internet point, quando l’Adsl da noi non c’era ancora.

La tua curiosità, però, ti ha portato dei frutti. Come nasce l’idea di Wiman?Il mio approccio è sempre stato questo: trovare un problema relativo ad una necessità e risolverlo. Se le telecomunicazioni non arrivano da noi, potevo risolverlo io il problema. Così, dall’internet point ho creato la prima rete wifi in tutto il paese. Tuttavia, un’altra mia abitudine è sempre stata quella di non accontentarmi del lavoro realizzato. Quando un progetto arriva al culmine, ho il bisogno di farlo evolvere. Così nel 2010, quando il progetto del wifi a Mattinata era ormai avviato, decisi di rendere l’infrastruttura più grande e di portare il wifi in tutto il Gargano. Terra bellissima, ma anche difficile. Come spesso accade, però, arriva il momento in cui ti scontri con la realtà. Quando ho provato a proiettare questo progetto su una scala più grande mi sono reso conto che era fallimentare. Troppi gli investimenti da fare per raggiungere gli obiettivi. A quel punto, o ti fermi nel tuo angolo di paradiso o butti via tutto e riparti da zero. Ed è quello che ho fatto. Volevo fare qualcosa di più grande. Nasce così Wiman. Da un fallimento. Io, però, lo considero un punto di partenza che ti porta un know-how importante.

Qual è stata l’intuizione che ha fatto decollare la startup?Sono ripartito facendo un quadro su cosa mancava in Italia, su quali erano le necessità. In realtà era abbastanza banale. Da qualche anno era esploso il mondo degli smartphone. Stavano cambiando le abitudini sul tema della connettività. Se prima l’uso della rete era legato ad un mondo molto casalingo, con l’arrivo degli smartphone la connettività serviva ovunque. Mi sono detto: invece di investire in grandi infrastrutture, perché non sfruttare le reti che ci sono già sul territorio? Così ho pensato che aiutare a condividerle in maniera intelligente avrebbe risolto il problema della connettività fuori casa. In quegli anni, chi possedeva un’attività e voleva condividere la propria rete con i clienti doveva creare delle infrastrutture. Serviva un piccolo server e poi c’era il problema autenticazione. Era un delirio: bisognava inserire mail, carta di credito, password. I tempi per accedere ad una rete vecchio stile erano mediamente di 8 minuti e il tasso di connessione al wifi era del 10 per cento. Solo un iscritto su dieci alla fine si connetteva. Tasso di connessione che per gli stranieri scendeva al 2 per cento. Era tutto scritto in italiano, con pagine non adatte ad uno smartphone e altro ancora. Quindi ho immaginato un’infrastruttura a basso costo e veloce, poi bisognava aiutare gli utenti a connettersi in maniera facile. Così ho pensato ad un metodo di riconoscimento che avevano tutti: i social network. Nessuno aveva associato il login tramite i social al wifi. In tutto il mondo siamo stati i primi. A quel punto avevo già creato un mini team, con il compaesano Michele Di Mauro, che si occupa della parte tecnica e di programmazione. Così nasce la startup Wiman e inizia questo percorso duro e difficile.

Un percorso che ti ha visto lasciare la tua Mattinata e la Capitanata…Parliamo del 2011/12. Mattinata, Sud, Gargano. Il concetto di investire in un’idea, nelle persone, non c’era. Innovazione, investimenti, anche chiamarsi startup era qualcosa di poco conosciuto. Mi dicevano: “cos’è che hai aperto? Un negozio?” Anche per noi era un mondo nuovo. Sono sempre cresciuto nell’ottica che un’idea ti porta a creare un’azienda e questa porta a certe logiche. E’ stato difficile anche per me. Devastante il fatto di farlo giù, perché nessuno ti ascoltava. Queste difficoltà ci hanno portato ad andar via. Nel 2012 abbiamo fatto le valige e ce ne siamo andati a Bologna.

Oggi cos’è Wiman? Quali obiettivi avete raggiunto?Oggi Wiman è cambiata molto da come siamo partiti. Il nostro core-business è diverso da quello iniziale. Abbiamo realizzato un’idea innovativa, premiata in tutto il mondo. Poi, per necessità e un po’ per vocazione, il router si è evoluto e oggi siamo passati dall’aiutare i gestori dei locali a condividere il wifi ad aiutare le persone a navigare e collegarsi al wifi free in giro per il mondo. Oggi Wiman ha mappato 70 milioni di reti in tutto il mondo, un database che cresce di 100 mila al giorno. E’ il database più grande al mondo se parliamo di connettività wifi free. Aiutiamo il nostro utente a collegarsi quando viaggia, a sapere dove sono e quanto sono veloci le reti free. Siamo cambiati, nonostante abbiamo 4.500 router attivi in giro per il mondo, forniamo tecnologia a Tim, che è anche nostro socio. Ci siamo evoluti. Oggi siamo una delle piattaforme più grandi al mondo sul tema della connettività wifi.

Quanto è difficile avviare una startup al Sud, soprattutto in una provincia come quella di Foggia?E’ difficile per tanti motivi. Prima di tutto in Puglia. Poi è difficile soprattutto nel foggiano. Il primo ostacolo riguarda l’assenza di competenze. I ragazzi vanno via, studiano e restano fuori. Ci abbiamo provato a restare… Io sono molto legato al mio territorio e non ho mai escluso la possibilità di poter portare avanti la mia idea e la mia azienda a Mattinata, come non escludevo il fatto di poter partire. La rabbia più grande è che per noi non è mai una scelta. Non bisogna per forza restare, ma siamo costretti a partire. Non hai scelta e per questo fa ancora più male. Sono partito perché non avevo scelta, non perché volevo partire. Le prime difficoltà hanno riguardato le competenze, dicevo. Nei primi mesi eravamo solo in due e già allora siamo stati premiati tra le migliori 16 startup d’Europa. Ho provato a cercare un programmatore in zona e in tre mesi non l’ho trovato. Non ho trovato un programmatore in provincia di Foggia. Qualcosa c’era a Bari, ma neanche tanti. Non c’erano persone, non c’erano realtà o eventi dove incontrare queste persone. Senza parlare della prima riunione con i miei Venture Capitalist. L’ho fatta a Mattinata. Abbiamo parlato dell’idea e poi ci siamo fermati a parlare del territorio e delle problematiche. Anche per arrivare a Mattinata. Poi, le istituzioni. Ci hanno detto di aver trovato un vuoto totale. Non ho trovato nessun appiglio per non partire. Avevo 32 anni e partire a questa età per realizzare il tuo sogno fa molta rabbia.

Cosa possono fare le amministrazioni per fare in modo che il territorio non si impoverisca? E cosa devono fare i giovani per cambiare il proprio territorio? Credo che il primo passo debba venire proprio dalle persone. Le istituzioni vivono anche di altre logiche, inutile prendersi in giro. Spesso assecondano un qualcosa che possa creare loro un ritorno. Per questo dobbiamo partire da noi. Dal 2012 al 2016 ho visto cambiare la Capitanata. E’ più attiva. Ho partecipato ad uno Startup weekend. I passi sono quelli. Ho visto le scuole e i ragazzi coinvolti. Ho fatto anche da mentor e ho capito quanto è importante raccontare la mia esperienza. Ho visto quanto è importante coinvolgere le scuole. Quanto è importante creare un ecosistema e poter lavorare attorno ad un’idea. Tutti noi abbiamo delle idee. La percezione da dare soprattutto ai ragazzi è che ognuno di loro può essere importante in modo diverso alla realizzazione di un’idea. Bisogna far capire soprattutto ai ragazzi quanto possano essere importanti in un processo di elaborazione di un’idea che porta a un’azienda. Oggi non mancano le idee, fortunatamente. Nelle nostre zone siamo molto più avanti rispetto ad altre zone d’Italia perché siamo sempre stati abituati ad arrangiarci, a capire, a trovare cosa manca. Su questo siamo forti. Per questo, la mia paura non è tanto l’idea, ma la possibilità di non poterla realizzare. Oggi come Wiman siamo in dieci. Io da solo non potrei fare nulla. Ho l’idea, ma non so programmare una riga di codice. Va creata una rete, collegati i progetti.

Pensi che in futuro potresti tornare a vivere e lavorare in Capitanata?Non escludo la possibilità di tornare, magari con la mia nuova startup. Per vocazione, cerco di immaginare già cosa farò dopo,  al di là di come andrà questa avventura iniziata qualche anno fa con Wiman. A volte mi faccio coccolare dall’idea di poter tornare, di poter avere la possibilità di sviluppare la mia prossima idea giù e di farlo perché posso farlo. Magari anche per aiutare gli altri, così come sono stato aiutato io, nei primi passi, a sviluppare tutte le potenzialità che abbiamo in Capitanata. Per questo, la risposta a questa domanda è: perché no?

(intervista a cura di Gianni Augello)