Capitanata Chiama torna con intervista ed evento

Capitanata Chiama torna con un intervista ed un evento off-line pensato in collaborazione con il coworking  SmartLab di Manfredonia e l'Associazione Pugliesi a Milano, da sempre particolarmente attenta al tema dei Cervelli in fuga.

Ad esser intervistato dal progetto - nato per creare una rete tra i giovani di Capitanata che vanno via e quelli che restano - è Antonio Rinaldi, il quale venerdì 21 dicembre, alle 16.00, terrà un workshop gratuito e aperto a tutti. A seguire un talk a cui parteciperà anche il direttore commerciale di Eceplast, Nicola Altobelli.

Antonio Rinaldi è un ingegnere gestionale, membro della Commissione Meccanica Industriale dell’Ordine di Parma, con dodici anni di esperienza in consulenza manageriale, controlling, business planning e gestione di sistemi ERP multi-countries, con una profonda conoscenza delle metodologie di project & portfolio management.

E’ un manager versatile, orientato all’innovazione, abituato a lavorare a stretto contatto con il top management aziendale, principalmente CEO e CFO.

La sua preparazione professionale è stata integrata con un master specialistico in corporate finance e un executive master in investment banking.

Vincitore del People Award 2010 “for the best collaborative attitude”, Special Mention 2013 come project manager del progetto SAP R&D, e relatore in svariati congressi internazionali, Antonio è profondamente convinto che la leadership sia un processo collaborativo volto ad ottenere risultati.

 

INTERVISTA

1. Come ogni manager che si rispetti, sei una persona dinamica. Per tua stessa ammissione, sei convinto che è indispensabile formarsi costantemente tanto quanto mettersi in gioco. Qual è l’insegnamento più importante che ti ha trasmesso sul campo, fin qui, la tua esperienza decennale in consulenza manageriale e business planning? 

L’insegnamento più importante è che le persone fanno la differenza: non faccio uso del classico slogan aziendale, ormai obsoleto, al quale non credono più neanche loro, ma semplicemente ho avuto modo di sperimentare in prima persona che il successo di un progetto, di un gruppo di lavoro, di un’azienda, dipende dalla capacità di valorizzare le persone e ispirare la loro creatività. Il concetto è piuttosto ampio: sono fermamente convinto che il successo di un’azienda non siano solo i soldi ma, come diceva Olivetti “La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica”. Nella realtà italiana di oggi c’è tantissimo lavoro da fare per convincere imprenditori e top manager che una persona motivata produce e rende (anche in termini monetari!) molto di più di una oppressa; il 26 giugno di quest’anno il sole 24 ore scriveva “L’Italia è la maglia nera tra i Paesi industrializzati per i livelli di produttività non solo dalla crisi a oggi, ma almeno dal 2001”. Avrei tanti aneddoti da raccontare, mi viene in mente quando venni incaricato di condurre un’analisi sui carichi di lavoro di 5 filiali (UK, USA, Francia, Danimarca e Italia). Nessuno, all’interno delle quattro filiali estere, intendeva il concetto di “timbratura” come controllo delle attività di un dipendente: all’estero si timbra esclusivamente per motivi di sicurezza, cioè per segnalare la presenza in caso di incendi o altri problemi. I dipendenti non vengono valutati in base a quante ore scaldano la sedia in ufficio -a volte in Italia viene monitorata persino la pausa pranzo!- ma a risultati semplici, chiari e oggettivi. Tengo a precisare che l’estero non è il paradiso e non sono tutti fenomeni, motivo per il quale noi italiani siamo doppiamente colpevoli della situazione in cui ci troviamo.

2. Hai girato il mondo e fatto diverse soste in America, la patria del marketing e del web marketing. Cosa “impianteresti” più di ogni altra cosa sulla cultura aziendale italiana e cosa, invece, valorizzeresti del nostro modo di fare impresa? E sul marketing a che punto siamo?

Trapianterei nella cultura italiana la capacità di pensare in maniera differente, in qualunque ambito, dai commercialisti ai notai, dai tecnici informatici ai pasticceri. Dire “abbiamo sempre fatto così” crea un circolo vizioso nel quale si resta impigliati: occorre studiare, studiare, studiare per creare il circolo “virtuoso” del miglioramento continuo: se le vendite calano, studio un canale alternativo; se i margini calano, analizzo la mia struttura dei costi; se gli utili sono positivi, ma non ho soldi in cassa, studio il mio ciclo finanziario. Sto semplificando, ma il ragionamento può essere esteso a qualunque aspetto della vita lavorativa e personale. Delle imprese italiane valorizzerei sicuramente l’estro, molto spesso soffocato da gerarchie inopportune che distruggono valore: bada bene, l’estro non è anarchia – anche la ricerca scientifica e tecnologica devono essere gestite e opportunamente guidate per generare idee di valore. Sul marketing penso sinceramente che ci sia tanto da…indovina? Studiare! Di recente il direttore marketing di una nota azienda mi ha confidato che il loro business model prevede principalmente la vendita porta a porta (!): ovviamente, sono in enormi difficoltà, e non hanno mai minimamente pensato di affidarsi alle tecnologie più progredite per comunicare ai potenziali clienti il valore del loro prodotto. Penso sinceramente che nei prossimi 5 anni ne vedremo delle belle, grazie a big data e intelligenza artificiale: se già oggi ci stupiamo di leggere banner pubblicitari relativi a prodotti che “casualmente” ci interessano, a breve le aziende adotteranno politiche di marketing ad personam, indirizzando peculiarmente gli sforzi sul singolo consumatore “obiettivo”. In Italia, come tu m’insegni, siamo pericolosamente indietro, il che però apre vere e proprie praterie a quei pochi che vogliono concentrare i propri sforzi professionali in questo campo, sfidante ma affascinante.

3. Un management efficace e una innovazione intelligente fanno certamente la fortuna di un’azienda. Ma in che modo questo binomio può riflettersi positivamente sulla vita delle persone, a partire da quelle che in azienda ci lavorano tutto il giorno? 

Ribadisco che l’azienda non ha senso d’esistere se ha come unico fine quello di arricchire i soci: l’apporto sociale dell’impresa è potenzialmente immenso. Personalmente, aumenterei molto l’incidenza della componente variabile dei compensi dei dipendenti, agganciandola a risultati chiari e oggettivi, sia dell’azienda che del dipendente medesimo. L’azienda va male: un po’ meno a tutti; l’azienda va bene: distribuiamo un po’ di ricchezza a chi l’ha costruita. Al giorno d’oggi -assurdamente- persino lo smart working, cosa che predico da oltre 10 anni, viene vista come un premio di chissà quale valore per il dipendente, come una concessione suprema. La possibilità di lavorare ovunque, fatti salvi gli ovvi e necessari momenti di confronto e i lavori che richiedono presenza fisica (ad esempio sulle linee di produzione), incrementa la produttività perché il dipendente non si sente oppresso e gestisce con meno ansia il suo tempo: non deve perdere mezz’ora per chiedere un permesso di un’ora a tre persone nella scala gerarchica tramite una complessa procedura prevista dal gestionale aziendale per andare dal dentista o a prendere il figlio a scuola. Lo strumento più efficace per il tanto agognato CONTROLLO dei dipendenti è e resta uno: la misurazione dei risultati e, conseguentemente, la corresponsione o meno della parte variabile dello stipendio, fatti salvi -è ahimè utile sottolinearlo- tutti gli aspetti legati alle tutele contrattuali e alla sicurezza sul posto di lavoro.

4. La collaborazione vale, anche in termini monetari, più della competizione. Questa frase è tua e rappresenta in maniera emblematica la tua idea di leadership. Confessa: quante volte ti è costato fatica non rinunciare a credere in questo assunto?

Bravo, mi hai beccato è in realtà uno sforzo continuo e costante, che porto avanti da quando ho memoria: la collaborazione è la chiave per la risoluzione di qualunque situazione. Si può sempre arrivare ad un compromesso win-win: tutto dipende dall’equilibrio temporaneo che si riesce a raggiungere. Come dire, cedo un po’ oggi ma sono convinto che il vantaggio di una relazione proficua a lungo termine sia superiore alla mia concessione odierna. Devo ammettere, molto onestamente, che ho preso alcune severissime lezioni all’interno di realtà -aziendali e non- che la pensano in maniera diametralmente opposta ma, ancora una volta, mi piace pensare che la diffusione della cultura della collaborazione sia una “malattia” contagiosa e sono sicuro sia una carta vincente per tutti.

5. L’ultima domanda la riserviamo solitamente alle previsioni sul futuro del nostro Paese. Un paese da dove i dati attestano che si continua a partire senza far ritorno. I cervelli in fuga si dividono in due grandi famiglie: quelli che tornerebbero anche domani, e quelli che mai e poi mai. Vogliamo provare a buttar giù un business plan per invertire la tendenza?

Ascolta bene quello che ti racconterò il 21 dicembre al Coworking SmartLab di Manfredonia, allora.Fonte www.capitanatachiama.it